Speciale Nolan – THE PRESTIGE

 

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the-prestige1Regia: Christopher Nolan; Interpreti:  Christian Bale, Hugh Jackman, Michael Caine, Scarlett Johansson, Rebecca Hall, David Bowie, Andy Serkis, Piper Perabo; Anno: 2006; Origine: USA, Regno Unito; Durata: 130’

Londra, fine dell’Ottocento: Angier e Borden sono apprendisti illusionisti di Mr. Cutter. Durante uno spettacolo, la moglie di Angier, assistente del mago, muore annegata in uno dei numeri a causa, probabilmente, di un errore di Borden. I due si separano e intraprendono diverse carriere nel campo dell’illusionismo. Angier è determinato a sabotare colui che ritiene responsabile della morte dell’amata e a scoprire il trucco dietro al numero che l’ha reso famoso, quello del ‘trasporto umano’. Dopo continui inganni e colpi di scena i due si ritroveranno faccia a faccia a scoprire la reciproca verità.

 

Un classico. E non già per essere annoverato tra i migliori film del primo decennio del Duemila. Né per essere esempio di uno stile, di tematiche, di una scrittura diventati tipici di Nolan.
Classico perchè quello che il regista propone allo spettatore, sia nei temi, sia nelle modalità di racconto, appartiene di fatto alla tradizione classica.

Tre sono in momenti in cui si suddivide il numero di magia (“La Promessa”, “La Svolta”, “Il Prestigio”) e le parti in cui il film – specularmente – è costruito, come tre sono anche gli atti di cui, secondo la Poetica di Aristotele, il dramma deve comporsi e di cui, correntemente, una normale sceneggiatura cinematografica si struttura (introduzione, sviluppo, scioglimento).
Inoltre, esattamente come nel dramma classico faceva uno degli attori nel prologo, così, fin dall’inizio del film, il personaggio di Cutter ci fornisce informazioni essenziali sulla storia e sulla sua comprensione attraverso il monologo sulle parti del numero di magia. Nolan, ricalcando la tradizione, sceglie di svelare subito i trucchi del mestiere, di suggerire una linea interpretativa.

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Eppure, esplicitata la chiave di lettura, lo spettatore non è ancora “al sicuro” come invece accadeva nel teatro antico. Ad essere oggetto dell’inganno, non sono – solo – i protagonisti della storia, ma il pubblico stesso. ‘Play’ non a caso la chiamano gli inglesi la sceneggiatura, e cos’è, effettivamente, se non un gioco che coinvolge innanzitutto coloro per i quali è costruita.
Cinque anni ci impiega Nolan per metterla appunto, cercando con il fratello Jonathan le modalità migliori per rendere quello che, nelle pagine del romanzo di Christopher Priest, è scritto sotto forma di diario. E crea infine qualcosa che, nella struttura, raggiunge la perfezione.

La metafora delle fasi del numero di magia si avvera su tre piani (tre, ancora una volta): quello degli illusionisti nei confronti del loro pubblico, quello degli illusionisti tra loro e quello del regista con gli spettatori. Tre sono i palchi in cui lo fa: quello dei teatri della Londra di inzio ‘900, il set in cui ha luogo la storia, lo schermo del cinema. Ecco quindi che senza troppi sforzi siamo portati ad accostare la figura dell’illusionista a quella del regista, di fatto colui che di mestiere inganna il pubblico. E non già perchè siamo ingenui e creduloni, ma perchè, stringiamo con lui quel patto chiamato ‘sospensione dell’incredulità’ grazie al quale possiamo godere dello spettacolo che ci sottopone. Anche questo lo esplicita fin dall’inizio Cutter «…in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati.»

Novello Méliès – considerato allora vero e proprio illusionista -, Nolan utilizza tutti i mezzi a sua disposizione per truffare e ammaliare il suo pubblico e nessuno di questi è, a ben guardare, troppo diverso da quelli utilizzati dal cineasta francese (il montaggio – ragionatissimo – e la fotografia – cupa e teatrale).

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Più metacinematografico che mai, The Prestige è un film che parla del fare cinema raccontando la storia di un illusionista e del suo doppio, il regista. Anche qui, nulla di più classico. Ora il numero che ritorna a far quadrare il calcolo complessivo è il due, cifra altrettanto cara alla letteratura antica. E non solo perchè gli autori hanno spesso fatto dei protagonisti delle loro opere i loro doppi, ma perchè ricorrente è questo tema proprio in gran parte della tradizione teatrale (si pensi alla commedia degli equivoci).

Non a caso è un ‘sosia’, schiavo plautino dell’Amphitruo diventato figura archetipica, colui che Angier cerca per realizzare il numero del ‘trasporto umano’. E come nell’antichità, il doppio richiamava la morte (chi porta la stessa imago può essere soltanto un fantasma), così non possono esistere nella medesima realtà due esseri identici. [*spoiler*] Ecco perchè i cloni di Angier e lo stesso gemello di Borden, infine, muoiono.
Uno solo può essere il protagonista, inutili si rivelano i tentativi da parte di Angier di ‘replicare’ il suo rivale: l’ossessione logora via via la sua esistenza, fino a farlo morire.
Se quindi l’originalità ‘assoluta’ non è ciò che salva il Nolan di questo film, lo è perlomeno la sua unicità ‘relativa’, in questo hinc et nunc.

(Peccato per l’espediente Tesla. Se non avesse fatto ricorso alla magia, quella vera, il suo prestigio davvero sarebbe stato perfetto.)

 

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About Elena Cappozzo

Dopo la laurea in Filologia Moderna a Padova, studia Film Writing a Roma. Sognando di scrivere “per”, scrive “di” (cinema) qua e là, accendendo ogni tanto un cero a San...SetBlv. Il grande schermo è il suo primo, assoluto amore ma le capita con discreta frequenza di tradirlo con quello della tv e persino con quello del pc (quella da Youtube e serie tv è in realtà una dipendenza piuttosto grave, no judging.)

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