Speciale Coen – IL GRANDE LEBOWSKI E IL MOTO CIRCOLARE PERPETUO

Coen

 

Vi siete mai chiesti quale fosse la traccia che The Dude ascolta disteso sul tappeto, prima di cadere nell’esilarante trip in cui vola sopra Los Angeles, circa a metà del film?

venicebeachplayoffNo, non “Bob” – lui lo sentiamo forte e chiaro –, quella registrata nel lato A della musicassetta, quella titolata “Venice Beach League Playoffs 1987”.
La si sente appena appena, poco prima che il poveretto venga colpito in pieno volto dal pugno di uno degli scagnozzi di Maude.
Beh, eccovela per esteso.
Venice Beach League Playoffs 1987
Embè? Embè, questo è l’emblema del film.
Il costante e ripetitivo rotolare della palla da bowling, l’impatto, i birilli che cadono. E via di nuovo, in una circolarità che riconduce tutto al punto di partenza. Niente anomalie, niente deviazioni, tutto si ripete regolare.

 

the-big-lebowski-posterTitolo Originale: The Big Lebowski
Regia: Joel ed Ethan Coen
Interpreti principali: Jeff Bridges, John Goodman,
Steve Buscemi, Julianne Moore, John Turturro
Anno: 1998
Origine: USA
Durata: 119′

 

Vittima di un’aggressione da parte di alcuni tizi che reclamano soldi e prima di andarsene gli urinano sul tappeto – un tappeto che, senza dubbio, “dava un tono all’ambiente” – The Dude (Jeff Bridges) si reca dal ricco omonimo per il quale è stato scambiato, con l’idea di farsi risarcire il danno. Su richiesta del (vero) Sig. Lebowski finisce poi per occuparsi della consegna di un riscatto per la liberazione della giovane moglie di questo, rapita da un gruppo di criminali. Complice lo zampino dell’amico Walter (John Goodmman), The Dude viene coinvolto, suo malgrado, in un’intricata sequela di vicissitudini che lo porteranno a scontrarsi/incontrarsi con Maude (Julianne Moore, la figlia del magnate che sospetta un finto rapimento), una banda di buffi malviventi (i “nichilisti”), un produttore di film porno, un investigatore privato e la stessa polizia. Finirà per scoprire che si trattava tutto di una montatura.

La storia è piena di svolte, di accadimenti, di colpi di scena: eppure, il gioco di equivoci su cui si basa, svela la “regolarità” della realtà che sottende. È tutta una messa in scena, le piste seguite dal protagonista e dal suo amico sono false, gli indizi sono inutili perché errati (si pensi alla pagella che The Dude trova in macchina o al foglietto su cui il produttore Treehorne sembra annotarsi chissà che nome). Ciò che appare non è. E la verità è talmente semplice e sotto il naso dei protagonisti da essere, di fatto, lontanissima. L’intricata vicenda si gioca su un livello diverso rispetto a quello della realtà: è una “costruzione” e in quanto tale vi aleggia al di sopra. Altrove, la palla continua a rotolare e a fare strike.

tumbleweedUn movimento circolare che investe anche la struttura narrativa, definita da una ring composition. È un narratore esterno, in voice over, che introduce allo spettatore il protagonista e l’inizio della storia, ed è sempre lo stesso – diventato, nel frattempo, personaggio – a concludere il racconto. The Dude “abides” (aspetta, sopporta, tollera), dopo tutto, ritorna alla vita di prima. Come ripete il narratore-cowboy «A volte sei tu che mangi l’orso, a volte è l’orso che mangia te.»
D’altra parte, il riferimento alla ciclicità lo suggerisce anche la sequenza iniziale: la camera segue una palla di rovi che rotola verso la città spinta dal vento, è notte e subito si fa giorno. La ripetitività, la costanza, (la noia?) paiono essere ciò a cui, alla fine, in quel luogo, sono tutti condannati.

La stessa filosofia adottata dal protagonista sembra volerlo confermare: The Dude è un mezzo hippy disoccupato che passa le giornate giocando a bowling con gli amici, fumando marijuana e bevendo White Russian. È uno a cui i problemi scivolano addosso, uno che ostenta sempre calma e disinvoltura, uno che ha fatto dell’atarassia la propria ragione di vita. (Per la cronaca, il Dudeismo, culto a lui ispirato, è attualmente praticato da più di 100.000 fedeli nel mondo.) Sembra che nessun clinamen possa deviare l’andamento della sua esistenza, nemmeno quando questo, sotto forma di due maldestri individui (nichilisti, tra l’altro!), gli prende la testa e gliela ficca dentro la tazza del water. Ironia, calma e distacco fanno da contrappeso alla sfortunata serie di eventi che gli capitano, ridimensionandone, per certi versi, l’impatto. Non è il suo atteggiamento a complicare la situazione ma quello – per natura opposto – dell’amico Walter, veterano del Vietnam rancoroso e attaccabrighe.

Il ralenti esibito nelle scene che indugiano sulla pratica del bowling evidenziano la ripetitività del gioco come quella delle vite dei personaggi: un rituale, una religione (non a caso uno degli sfidanti di The Dude e amici si chiama Jesus) che viene ossequiosamente osservata, un’abitudine radicata nelle loro esistenze. The Dude stesso è, d’altra parte, un abitudinario: nei gesti, nelle scelte (beve sempre White Russian, indossa sempre vestiti comodi).
Tuttavia, questa monotonia è evidentemente alterata: la vicenda è un groviglio intricato di equivoci che appare tutt’altro che piatto. Il rotolare della palla da bowling sulla pista diventa il rotolare di The Dude verso l’ignoto. In uno dei suoi trip onirici lo vediamo, travolto dalla stessa palla (quella che, pesante, l’ha fatto precipitare dal suo volo sopra Los Angeles) voltolare verso la buia voragine aldilà dei birilli: la bizzarra soggettiva dal di dentro la palla è indicativa della confusione in cui si trova. Un turbinio vorticoso che fa quasi girare la testa.

E anche in questo caso, il registro – o meglio, i registri – adottati dai cineasti, non fanno che corroborare questa condizione. Prodotto del cinema postmoderno, Il Grande Lebowski prende a prestito più generi della tradizione, destrutturandoli, mischiandoli, confondendoli. lebowski1Un pastiche che mescola elementi del musical (una delle sequenze oniriche diventa una coreografia alla Bubsby Berkeley sulla pista da bowling), del western (si pensi al narratore, un moderno cowboy), del noir (la detective story), del thriller (la scena in cui The Dude si trova a casa del produttore cita perfino Intrigo Internazionale). I Coen giocano, rivisitano i temi e i registri, attuandoli e reinterpretandoli.

La dimensione “western” a cui si allude è semplificata e ironicamente caratterizzata: i soli duelli a cui quei personaggi possono partecipare sono banali sfide di bowling, il nemico non è un abile pistolero ma dei maldestri criminali teutonici, l’attacco alla diligenza un goffo tentativo di scambio del riscatto con tanto di sparatoria a vuoto. Non c’è spazio per eroi quando l’inerzia (e non l’azione) è una condizione di vita, quando il protagonista è un convinto pacifista.

Impossibile non notare poi, il riferimento a Il grande sonno (libro di Chandler e film di Hawks), a cui perfino il titolo strizza l’occhiolino. I personaggi ricalcati su quelli della nota opera hard-boiled (il paraplegico generale Sterwood qui è il Sig. Lebowski, la sua furba figlia Carmen è Bunny, l’affascinante Vivian è Maude, Marlowe è The Dude), l’affinità dei temi (l’indagine, il riferimento al mondo del porno, il giro di soldi), delle ambientazioni (Los Angeles) e le numerose congruenze a livello di trama, ne fanno un’evidente rivisitazione. Tuttavia, The Dude è ben lontano dalla figura del detective chandleriano: entrambi bevono sempre lo stesso drink, entrambi indagano, entrambi subiscono il fascino della donna in questione, eppure, il gap temporale che li separa rende di fatto impossibile una loro coincidenza. Gli anni ’60, quelli della giovinezza di The Dude, hanno reso lo sguardo freddo e cinico di Marlowe nei confronti della realtà, una rilassata, pacifica e distaccata contemplazione dei casi della vita. D’altra parte, se Marlowe fuma sigarette, The Dude fuma marijuana.

Il tono ironico del personaggio, dei registi, degli intenti, mira a de-mitizzare gli eroi dei generi della tradizione, autorizzando lo spettatore a ridere di essi e con essi. E c’è di più: attraverso la rottura del patto di finzione (si pensi alla figura del narratore onnisciente, che incespica nel parlare, si ripete, e infine guarda dritto in camera) e il continuo passaggio dall’extradiegetico all’intradiegetico (attraverso le musiche), i Coen giocano con lo spettatore destabilizzandolo e portandolo a ridere perfino di se stesso. I dialoghi (magistralmente scritti e interpretati) cancellano ogni intento di serietà, ogni gravità, per riportare tutto sul piano della leggerezza. Il groviglio di eventi che aveva fatto de Il grande sonno un’opera a tratti incomprensibile perfino allo stesso Chandler, qui è sciolto in un finale che ne dimostra l’inconsistenza.

bowlingballLa palla ricomincia (anche per Dude) a scorrere regolarmente: l’inquadratura degli ingranaggi del meccanismo del bowling è identificativa dello scioglimento della trama, della comprensione del suo funzionamento. Levato ogni intoppo, tutto può ricominciare a seguire il corso di sempre. Per un personaggio che se ne è andato (l’amico Donny muore per un attacco di cuore), un altro ne verrà (Maude è in attesa di un piccolo Lebowski). Dissolte le nebbie del primo mattino – fa quasi ridere ciò che spaventava nell’oscurità – tutto può ricominciare daccapo nell’assolata, pacifica Los Angeles.
In sottofondo, il rumore del rotolare della palla da bowling, l’impatto, i birilli che cadono. E via di nuovo.

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About Elena Cappozzo

Dopo la laurea in Filologia Moderna a Padova, studia Film Writing a Roma. Sognando di scrivere “per”, scrive “di” (cinema) qua e là, accendendo ogni tanto un cero a San...SetBlv. Il grande schermo è il suo primo, assoluto amore ma le capita con discreta frequenza di tradirlo con quello della tv e persino con quello del pc (quella da Youtube e serie tv è in realtà una dipendenza piuttosto grave, no judging.)

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