Titolo originale: En Duva Satt På En Gren Och Funderade På Tillvaron; Regia Roy Andersson; Interpreti: Holger Andersson, Nisse Vestblom, Lotti Törnros, Charlotta Larsson, Viktor Gyllenberg; Origine: Svezia; Anno: 2014; Durata: 100′
Trentanove scene di vita che riflettono e fanno riflettere sul genere umano con intelligente ed amara ironia.
Leone d’oro alla 71ma Mostra del Cinema di Venezia, l’ultimo lavoro di Roy Andersson conclude la trilogia sulla vita iniziata con Songs from the Second Floor (2000) e You, the Living (2007).
Questo film più dei due precedenti rimanda molto alla pittura sia di Hopper, per la capacità di dipingere il silenzio, che a quella di Brueghel Il Vecchio, la cui influenza si nota già nel titolo del film, che si rifà al suo quadro I cacciatori nella neve. Grandi uccelli neri sui rami di alberi spogli sembrano osservare dall’alto i cacciatori con i cani nella neve.
Le inquadrature fisse, i lunghi piani sequenza in cui le persone sono quasi immobili donano alle scene l’aspetto di grandi tele dai colori spenti.
Quelli pittorici non sono gli unici riferimenti culturali di quest’ultima opera di Andersson, ci sono rimandi al teatro beckettiano dell’assurdo, per stessa ammissione del regista in più di un’intervista.
È infatti a Beckett che si pensa quando si vedono vagare i personaggi anderssoniani in situazioni spesso di totale nonsense, in cui l’incomunicabilità regna sovrana.
L’utilizzo del digitale, prima volta per il regista svedese, gli ha sicuramente garantito una maggiore possibilità espressiva, ampliando il campo di azione della sua creatività, permettendo una maggiore profondità di campo e l’introduzione di elementi stranianti, come i cavalli delle milizie di re Carlo XII in un bar di Goteborg o un forno crematorio per schiavi di colore, chiaro richiamo al turpe colonialismo.
Ritorna, come nel precedente You, the living, il pallore plastico sui volti dei personaggi e la scenografia essenziale decolorata con “50 sfumature” di beige.
Ci sono vari piani temporali, la Storia, quella del mondo, studiata sui libri, e le storie, quelle del banale quotidiano di ognuno. Si passa da un’epoca all’altra, ma anche da un registro all’altro, muovendosi sempre in bilico tra il serio, il tragico, il grottesco e il comico.
Il regista fa di questa tensione tra il riso mosso dall’humour nero e il disgusto tremendo di certe scene tragiche la sua personale cifra stilistica e la chiave di lettura dell’intero film.
Le scene, apparentemente non collegate tra loro, sfilano davanti agli occhi come vignette separate per contenuto e tono, ma sono unite in realtà da una sorta di fil rouge rappresentato dalla coppia di venditori di scherzi e maschere divertenti che troviamo in quasi tutte le situazioni del film.
Tale coppia sembra essere un’ossimorica rappresentazione di un divertimento triste, fatto di visi malinconici e scherzi obsoleti che non generano una vitale e sonora risata, ma piuttosto una sensazione di silenziosa morte interiore.
VOTO: 7/10
About Ivana Mennella
Partenopea di nascita e spirito, ma milanese di adozione, si trasferisce all’ombra della bela Madunina nel 2007. A 10 anni voleva fare la regista. A 20 la traduttrice per sottotitolaggio e adattamento dialoghi. A 30 la sceneggiatrice. A 40 sa con certezza una sola cosa ossia che il cinema è ancora e resterà sempre la sua più grande passione.



