Titolo originale: Pleasantville; Regia: Gary Ross; Interpreti: Jeff Daniels, J.T. Walsh, Joan Allen, William H. Macy, Tobey Maguire, Reese Witherspoon; Origine: USA; Anno: 1998; Durata: 124′
Pleasantville è il nome di una sitcom che appassiona molto il giovane David. Durante un litigio con sua sorella, si rompe il telecomando. Un riparatore di televisori gli porta un telecomando nuovo e fratello e sorella, premendo un pulsante, d’incanto si ritrovano proiettati nella sitcom.
Creeranno scompiglio nella quieta cittadina in cui è ambientato il programma televisivo.
Nell’utopica cittadina di Pleasantville tutto è perfetto. Le persone sono sempre felici e sorridenti, la squadra di basket della scuola non perde mai neanche una partita, nelle famiglie regna eternamente sovrana un’armonia da pubblicità del Mulino Bianco e, a perfetta cornice, le previsioni meteo danno perennemente cielo sereno e una temperatura fissa di 25 gradi.
Non a caso la vita degli abitanti di Pleasantville scorre immutabile dietro uno schermo televisivo.
Dall’altra parte dello schermo troviamo invece David, un adolescente incastrato nella realtà di una famiglia disgregata, con i genitori separati (padre assente e una madre fragile) e una sorella con cui è eternamente in conflitto.
David si distrae dalla sua vita guardando ossessivamente le puntate del suo programma preferito, Pleasantville, dove tutto è esattamente come lui desidererebbe.
Il lato inquietante di questa perfezione non tarda però a mostrarsi e dall’utopia alla distopia il passo è breve. Passo che dalla realtà fanno David (Tobey Maguire) e sua sorella Jennifer (Reese Whiterspoon) saltando dentro lo schermo grazie a un “magico” telecomando.
Scopriamo così con loro che dietro ai sorrisi felici degli abitanti di questa ridente cittadina c’è una popolazione di semi-lobotomizzati, anestetizzati da una superficiale perfezione, disabituati a pensare con la propria testa e a sentire con il cuore.
Esistono i pompieri, ma non esistono gli incendi; esiste la scuola, ma i libri hanno solo pagine bianche; i giovani che giocano nella squadra di basket della scuola non sbagliano mai un canestro, ma non sanno cosa sia il sesso; i genitori di Mary Sue e Bud, i protagonisti della serie televisiva, sembrano amarsi ma non conoscono intimità, anzi dormono in letti separati perché non esiste il letto matrimoniale.
La felicità è garantita non dalla presenza di una vita equilibrata e serena ma dall’assenza di tutto ciò che è la vita stessa.
La fotografia di Lindley traduce questa grande assenza in assenza di colori. Predomina per quasi tutto il film un bianco e nero che pian piano lascia spazio a una prima nota di colore (la rosa rossa che vedrà nel giardino il neofidanzato di MarySue/Jennifer dopo aver trascorso la serata con lei) fino a colorare poi l’intera scena una volta che il “miracolo” del cambiamento interiore dei personaggi è avvenuto diffusamente.
La serenità degli abitanti di Pleasantville è frutto della totale ignoranza di cosa ci sia nel mondo reale. Sono tutti completamente all’oscuro di cosa esista al di fuori della topografia cittadina, fatta di strade circolari in cui l’inizio combacia con la fine, nulla prosegue verso un dove. Topografia che coincide con quella della loro vita, piatta circolarità che non porta verso nulla, resta imperturbabilmente chiusa in falsi e sicuri schemi.
La staticità e la ripetitività sono gli schemi concettuali alienanti che fungono da cardine delle loro esistenze. Schemi che vengono stravolti dall’ingresso di David e Jennifer nello schermo TV dove essi si ritrovano ad essere, loro malgrado, i nuovi Bud e Mary Sue del programma televisivo. Come dei moderni Adamo ed Eva (nella scena in cui David/Bud mangia la mela dalla mano della sua amata, c’è un palese richiamo biblico) vengono catapultati in un paradiso terrestre che non meritano (come verrà rimproverato infatti a David) perché ne capovolgono gli schemi inserendo note di disturbo. Il nuovo Bud introduce la vivacità dell’autonomia di pensiero nella vita del proprietario del locale dove lui lavora, Mr. Johnson, consigliandogli di rompere la routine.
Mary Sue instilla nella mente e nel corpo dei suoi coetanei il desiderio sessuale.
E il cambiamento avviene, c’è chi s’innamora, chi dipinge, chi scopre il sesso. Scoppiano gli incendi.
La vita reale lentamente comincia a prendere forma e le cose iniziano pian piano a colorarsi.
Ogni cambiamento porta però con sé anche reazioni negative. Le persone da bianco-nere diventano a colori quindi sono diverse e, ironia della sorte, soggette ad atti di razzismo e vandalismo da parte di chi invece è ancora in bianco e nero. Fuori ai negozi apparirà la scritta “No Coloureds”.
L’armonia della cittadina si basa su una falsa eguaglianza che vuole tutti uguali cioè anonimi, senza colore e per mantenere tale eguaglianza tutto deve restare uguale.
C’è una forte ostilità al cambiamento ed è esemplare in proposito lo scambio di battute tra Bud e suo padre George. Bud gli dice: «Le persone cambiano» e lui risponde: «Ma poi tornano come prima?».
Si percepisce una sottile, e forse neanche troppo, critica ai falsi valori borghesi di un’America perbenista e benpensante.
Quel perbenismo che nasconde gli istinti più bassi che albergano in ognuno di noi, ma anche i bisogni fondamentali che non si vuole mostrare di avere. È emblematico in questo senso che esistano i bagni ma siano vuoti, senza water.
L’imprevedibilità e il cambiamento fanno parte della vita umana e la curiosità intellettuale è lo starter del processo di evoluzione che ognuno di noi, in quanto essere umano, deve attraversare.
Le ultime battute del film sono quelle di George che chiede a sua moglie: «E adesso cosa succederà?» e lei ribatte con un sorriso: «Non lo so, tu lo sai?».
In sottofondo le note di “Across the universe” dei Beatles (cantata da Fiona Apple) e il refrain è, non a caso, «Nothing’s gonna change my world».
About Ivana Mennella
Partenopea di nascita e spirito, ma milanese di adozione, si trasferisce all’ombra della bela Madunina nel 2007. A 10 anni voleva fare la regista. A 20 la traduttrice per sottotitolaggio e adattamento dialoghi. A 30 la sceneggiatrice. A 40 sa con certezza una sola cosa ossia che il cinema è ancora e resterà sempre la sua più grande passione.
